HHDL: ovvero, quel tenero balordo del Dalai Lama

Ciao a tutti! 🙂

Spero che alla mia amica Giada (che ha faticato come una pazza per organizzare un evento così grande), non verrà un malore a leggere questo titolo. Non è mia intenzione mancare di rispetto a sua santità e credo che neanche lui se la prenderebbe leggendolo anzi, si farebbe una risata.

Milano, la settimana scorsa, ha accolto il Dalai Lama per una serie di cerimonie, insegnamenti e per una conferenza pubblica sulla felicità. Vi hanno partecipato un numero spropositato di persone e già solo alla conferenza pubblica eravamo in 12.000. Tantissimi. C’eravamo anche io e Luisa, curiose come gazze… non strettamente interessatissime al buddismo in sè, ma decise a non perdere l’occasione di ascoltare una persona che come minimo può essere definita saggia.

Se volessi riassumere in un’impressione l’esperienza vissuta, vi racconterei del Dalai Lama che fa il solletico al sindaco di Rho troppo serio, giusto per strappargli un sorriso. Quel tenero balordo di 81 anni! La sua forza di spirito era lampante e il sentimento con cui abbiamo lasciato l’evento è stato di estrema positività e quasi (udite udite!!) di ottimismo. Sentimento prezioso che speriamo di conservare il più a lungo possibile considerato che ormai siamo assediate da ogni lato da notizie tremende, fiele sparso ad idrante, cinismo bruciante e generico pessimismo.

Vi riporto qui giusto una delle parti dalla conferenza che più ci ha impressionato e colpito. Parlando di comunione tra tutti gli esseri umani, uniti da una fratellanza che va aldilà delle differenze di nazione, religione e razza, il Dalai Lama ha fatto questo esempio: “Se io dovessi salire su questo palco pensando al fatto di essere un anziano, tibetano, buddista e unico Dalai Lama esistente, non potrei fare a meno di provare un forte senso di ansia e oppressione e separazione da voi. Mi sentirei insomma solo. Se invece decido si spogliarmi di tutte queste definizioni, allora sono semplicemente una persona come tutte le altre e non separata, ma unita da un senso di fratellanza che rende il nostro cammino unico e comune (il cammino verso la felicità).”

Certamente lui faceva questo esempio parlando di altruismo e compassione e comprensione reciproca. Ma allo stesso tempo mi ha fatto pensare anche a tutte le definizioni che noi diamo di noi stessi. A volte le portiamo con orgoglio a volte ce ne vergognamo e le sopportiamo come una croce personale, a volte le combattiamo. E più andiamo avanti nel tempo più queste definizioni di noi si calcificano, si raffinano e ci definiscono sempre più nettamente. Ma su cosa si basano queste definizioni? In parte si basano su quello che la società pretende da noi e ci mostra come modello, e in parte vengono direttamente da noi, dalle nostre esperienze, o meglio da quello che noi ricordiamo di esse. Se potessimo effettivamente analizzare tutte le nostre esperienze come le abbiamo vissute, il malloppo di dati sarebbe infinito ed è per questo che il nostro cervello fa una sorta di scrematura e ricorda prevalentemente eventi che ci hanno particolarmente segnato. E non è forse vero che siamo più portati a ricordare le esperienze negative che abbiamo vissuto, piuttosto che quelle positive? E non è altrettanto vero che tutto quello che ricordiamo non è effettivamente accaduto così come lo ricordiamo, ma è influenzato da stati d’animo ed è modificato dal nostro io pasticcione? Lo si vede facilmente parlando tra fratelli e sorelle: eventi simili vengono ricordati in modi spaventosamente diversi. Come possiamo quindi basare le nostre convinzioni su noi stessi su fondamenta così molli?

E se fossero incorrete o parziali? Pronte a limitarci e a costringerci in un personaggio che effettivamente non ci appartiene? Vi lascio con questo spunto di ravanamento celebrale. Come al solito tra intravedere il problema e riuscire a trovarci una soluzione ci passa un oceano. Ma intanto ci si può pensare un poco.

Intanto daje a bombazza, ragazzi!!

Lalla (Fran, Luisa e Irene)

PS. eppoi c’era Richard Gere XD

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