Com’è stato scrivere 50.000 (bè, 43.000) parole in un mese.

Ogni anno, nel mese di Novembre, si svolge il NaNoWriMo e cioè il Il National Novel Writing Month. Un’iniziativa online volta a promuovere la scrittura e la creatività. Si tratta in pratica di scrivere un romanzo di 50.000 parole in un mese. Il primo di novembre ci si iscrive sul sito ufficiale e ci si impegna con se stessi a mettere un sacco di parole in fila una dietro a l’altra. Ognuno ha un suo contatore personalizzato dove ogni volta può segnare quante parole ha scritto quel giorno e vedere come procedono le proprie statistiche. Ci volevano sulle 1660 parole al giorno che nel mio caso corrispondevano a 2 orette scarse di scrittura giornaliera.

Nella mia lista delle cose che so fare bene (quella che abbiamo compilato qualche settimana fa) c’era lo scrivere. E lo scrivere c’era anche nella mia lista delle cose che mi piace fare. Mi piace immaginare storie e personaggi e mi rilassa l’atto di scrivere in sè (specialmente su carta).
E’ proprio vero che se chiedi in giro, tutti quanti hanno un libro che stanno scrivendo o che vorrebbero scrivere e io non faccio eccezione. In casa tutti sanno che ho scritto un romanzo per 6 anni. Sì, sempre lo stesso. Scritto, riscritto, modificato, ricominciato. La stessa storia vista e rivista. Ne avevo messi insieme all’incirca 12 capitoli… fino a quando il computer su cui lo stavo scrivendo è esploso e la più grande epopea fantascientifica di tutti i tempi è andata perduta. Per sempre. XD Se devo dire la verità, non ho neanche pianto quando è successo. Quella storia mi aveva così sfrantoiato le scatole che era chiaro che non sarei mai arrivata da nessuna parte. Dopo sei anni ancora non sapevo come sarebbe finita! Che parto.
Ma altre storie hanno seguito lo stesso percorso. Scritture e riscritture eterne di poche manciate di scene e poi basta. Non si arrivava mai a nulla. Non è difficile trovare in questo parallelismi con la mia vita in generale. Quante cose ho iniziato senza mai finirle? Mai soddisfatta del risultato, sempre pronta a correggere e rivedere e mettere in dubbio e poi a schifare e a buttare.

Qualche tempo fa mi è capitato di leggere il commento di una scrittrice che diceva che era inutile prendersi anni per scrivere una storia a meno che non si fosse molto equilibrati o particolarmente pazzi. Cresciamo e cambiamo così velocemente. La nostra visione delle cose muta, il nostro gusto, il nostro punto di vista evolve. E’ naturale quindi il desiderio di cambiare e modificare e disconoscere qualcosa che abbiamo fatto se lo si osserva dopo un certo tempo. Non si finirà insomma mai di modificare.

E’ dopo aver considerato tutte queste cose, ed essere stata stuzzicata da un’amica, che ho deciso di partecipare all’edizione di quest’anno del NaNoWriMo, anche perché c’erano alcune cose a cui miravo:

  1. Essere costante. E’ una cosa a cui mi sono appassionata molto quest’anno. Costanza è la mia parola del 2016. Io che mi ero sempre data della pigra e dell’includente, mi sono ritrovata ad essere tutto il contrario. E questo mi ha gasato tantissimo e mi ha fatto venir voglia di provare di tutto. Scrivere tutti i giorni era una cosa che volevo fare.
  2. Arrivare in fondo. Scrivere la parola fine. Mettere il punto finale ad una storia. Almeno una volta nella vita.
  3. Mettermi alla prova. Capire se ero davvero capace di scrivere un libro che avesse un senso.
  4. E poi testare per bene una di quelle tante passioni che se ne stavano lì ad ammuffire. Con dei ma, forse e chissà se? sempre appiccicati sopra.

Com’è andata a finire? Di parole ne ho scritte 43.000. Un po’ perché avevo saltato qualche week-end per dei viaggi e un po’ perché a 43.000 parole avevo finito. C’era la parola FINE e per me era la cosa più importante.
Come ho detto un 2000 parole le scrivevo in un paio d’ore, tempo che ho ritagliato guardando meno telefilm (sì, ne guardo molti XD) e questo mi ha fatto capire che se il tempo lo volevo trovare, potevo riuscirci. Altra cosa che mi ha confermato è che scrivere mi piace davvero molto. Se no avrei mollato tutto per fare altro intorno al decimo giorno… quando l’impresa aveva ormai assunto dimensioni monumentali. Lo sforzo più grande è stato quello di impedirmi di rileggere quello che avevo scritto il giorno precedente e quindi di correggerlo e modificarlo. Ho deciso di farlo solo una volta conclusa la storia ed è quello che sto facendo ora. Lotto ogni giorno con la voce che mi dice “oddio, che barba sta roba che hai scritto! Che sciatta! Ma chi vorrà mai leggerla!?!” e vado avanti. Sarà un’altra persona a valutare. Una povera vittima predestinata (risata satanica).

Ed ecco quindi le conclusioni delle conclusioni.
Prima di tutto mi rendo perfettamente conto che essere costanti non è una roba che si improvvisa dall’oggi al domani. Quante volte mi sono imposta di disegnare una cosa ogni giorno per poi fallire miseramente dopo pochi giorni? Eppure con lo studio della musica vado avanti e con lo scrivere sono stata brava. E quindi? Da una parte so che mi sono esercitata molto ad essere costante quest’anno. Sono partita ripetendo delle operazioni semplici come rifare il letto tutti i giorni; cose che richiedevano 2 minuti di tempo, ma che mi hanno fatto capire che se volevo potevo. Dall’altra è chiaro che sia suonare che scrivere mi piace moltissimo. Magari più di disegnare. Non è una scoperta che mi sconvolga particolarmente, ma una cosa che mi annoto mentalmente e che continuerò a rimestare nel mio cervello. Altra cosa evidente è che per mettermi alla prova non ci è voluto nulla. Il desiderio era sempre stato lì, ma non gli avevo mai dato la giusta considerazione che meritava. Cosa aspettavo? Lo sa il mio gatto. Ci ho messo un solo mese di impegno per darmi una risposta. Posso scrivere un libro? Sì, ne sono capace. Il libro fa schifo? Sono una scrittrice? Boh, proseguirò nello scoprirlo. Almeno un punto di partenza lo ho.

Soffriamo in tanti della sindrome dell’impostore: voci su voci che continuano a dirci quanto non valiamo, quanto non possiamo fare, quanto non riusciremo a fare. E ad ascoltarle sempre non si farebbe mai niente. Io quello che voglio provare a fare è lasciarle parlare mentre io faccio. Magari abbandonerò il tentativo di urlargli dietro per farle stare zitte, ma le ascolterò con attenzione per provare a vedere quanto esagerano. Quanto ogni santa volta si affannano per immaginare la più grande catastrofe biblica possibile, pronta a piovermi addosso. Magari prima o poi una risata alla faccia loro me la faccio.

Lalla

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