Ho deciso, voglio perdere questi chili!

Sono l’ultima di cinque fratelli e sono nata esattamente un mese prima del tempo previsto. Sono nata un mese prima eppure pesavo già 2,950 Kg. Ammazza! Quando ero piccola i miei fratelli, per prendermi in giro torturarmi, mi dicevano che se fossi nata un mese dopo avrei sicuramente fatto esplodere la mamma. Amabili burloni, nevvero?

Sono sempre stata robusta, paffutella e buona forchetta. Mia mamma, ottima cuoca, usava – e usa – il cibo per farci sapere quanto ci vuole bene. E se ti stai domandando: “quanto?” La risposta è: assai-assai. I miei fratelli, che mangiavano come draghi, le hanno sempre dato molte soddisfazioni. Da parte mia non avevo il coraggio di deluderla, quindi ho sempre mangiato con molta gioia praticamente ogni cosa che mi veniva messa nel piatto.

Da piccola avevo le mani cicciottelle e con le fossette sul dorso, in corrispondenza delle dita. “Ma ce l’hanno tutti i bambini!” mi dirai. Eccerto, ma mia zia, amava diabolicamente sottolineare come le mie mani, le mie cosce, le mie guance, fossero più paffute e cicciotte di quelle degli altri bambini. A tale scopo aveva anche inventato una malefica canzone, che, riprendendo le note del celeberrimo Galletto Vallespluga, faceva più o meno così:

“Irenocchia-nocchia-ire,

chiricchicchiri-chicchì!

Sempre tenera e mai grassa!”

Capisci che essere associata a un galletto arrosto, specie in tenera età, non è proprio una cosa lusinghiera. Immagina i miei sentimenti quando passava quella maledetta pubblicità alla tv.

Non so descrivere quanto mi infuriavo e mi sentivo umiliata quando sentivo mia zia intonare le note di quella canzone satanica. Mi dava impunemente della cicciotta e nessuno diceva niente. Quelle parole, dette a mo’ di j’accuse con il dito puntato, pesavano come macigni, e non bastavano mai le spiegazioni di mia mamma a consolarmi: “sei normale, i bambini prima si allargano e poi si allungano”.

Forse sarebbe bastato dirmi: “no, non sei una ciccia-bomba-cannoniera tesoro, è tua zia che ha poco sale in zucca, ma che vuoi farci, ormai è tardi per restituirla, ce la dobbiamo tenere così, purtroppo!”.

Non so quanto questi (e altri) episodi abbiano influito sul mio modo di vedere il mio corpo, sta di fatto che non mi sono mai sentita magra, o “giusta” come amava definirmi mia mamma. Infatti, anche dopo aver abbondantemente superato la fanciullezza, e dopo aver perso tutto il grasso infantile, mi sono sempre sentita il Galletto Vallespluga di turno.   

Ma a 17 anni pesavo 57 kg ed ero finalmente normale. Avevo iniziato a frequentare di nascosto un ragazzo più grande di me; era una relazione sbagliata sotto innumerevoli punti di vista, soprattutto per il fatto che la tenevo nascosta ai miei genitori. Ho ancora davanti agli occhi il momento esatto in cui mi resi conto che stavo mettendo su molti chili.

Mentre mi guardavo allo specchio, notai che i jeans mi stavano davvero stretti e le maniglie dell’amore strabordavano felici e contente dalla cintura. Quando raccontai le mie perplessità al fidanzato di turno, costui, falZo e pernicioso mentitore, cominciò a dirmi di non preoccuparmi: “Deve essere l’asciugatrice, i jeans si sono ristretti! Le asciugatrici rovinano tutti i vestiti, non dovrebbero neanche essere messe in commercio!” D’altronde chi non è a conoscenza della cricca criminale delle asciugatrici?!

Ovviamente non era vero, non era l’asciugatrice a restringere i jeans, era il mio culo cicciobombolotto che cresceva a vista d’occhio (e la rima qui ci sta tutta), principalmente perché il senso di colpa per le bugie che raccontavo ai miei genitori mi faceva stare malissimo e l’unica soluzione che riuscivo a trovare era mangiarmi due tramezzini-assassini gusto tonno e cipolline ogni giorno. Alla storia con il ragazzo sbagliato si aggiunse la prematura scomparsa di mio papà, la fine della storia con il ragazzo sbagliato e l’inizio di un’altra storia con un altro ragazzo ancora più sbagliato. I chili hanno continuato ad aumentare, diventando la mia coperta di Linus e dichiarando chiaramente al mondo quanto fossi infelice.

Raffaele Morelli, nel suo libro Solo la mente può bruciare i grassi usa un’immagine che ho trovato davvero illuminante. Quando soffriamo o stiamo in una situazione complicata il nostro corpo assomiglia ad un seme. Il grasso ci tiene al caldo e ci fa sentire protetti, ma non è una situazione sostenibile in eterno. Il seme è destinato a diventare fiore e gli serve una straordinaria forza per rompere la sottile linea di terra che lo separa dalla luce. Il seme è avvolto dal grasso, ma la vita che sta al suo interno e spinge per uscire, non lo è. Il seme è destinato a morire, per poter diventare finalmente un fiore.

E io voglio essere un fiore, o una “fiora” come mi chiama qualche volta mia sorella.

Ho deciso di perdere questi chili perché ho capito che non mi servono più. So che il mio ingrassare non è solo questione di cibo e calorie, ma sintomo del modo in cui affronto le cose che accadono, del modo in cui mi premio, quando riesco ad emergere da eventi più o meno difficili, di come mi consolo quando mi sento sotto pressione o quando mi annoio.

So che il mio ingrassare è legato al modo in cui mi vedo.

So che perdere questi chili sarà difficile perché non si tratta solo di iniziare una dieta, ma di cambiare stile di vita, abitudini e soprattutto cambiare il modo in cui mi guardo, senza più ascoltare le opinioni altrui.

Sento che è arrivato il momento di lasciarli andare questi chili. Come sento che è il momento di lasciare andare il dolore, le ferite, le relazioni sbagliate e condizionanti. 

Per portare a termine questo obiettivo, lo ammetto, molto difficile, ho deciso di farmi aiutare da una dietologa e nutrizionista. So che sarà un investimento di cui non mi pentirò. Ti terrò aggiornata. 🙂

Irene assieme a Fran, Lalla e Luisa

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